Ultimi

Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi
che saranno primi
e alcuni tra i primi che saranno ultimi.
(Luca 13,30)

La città vecchia – 1966

Tutto l’opus deandreiano è contrappuntato da ritratti accurati o immagini-flash di poveri o perdenti, che di solito coincidono con i “disobbedienti alle leggi del branco”. Lui sta con gli indios massacrati dai cristianissimi conquistadores spagnoli e portoghesi, lui sta con i sardi colonizzati dal continente, lui rovescia i luoghi comuni e il buon senso della maggioranza. Dopo Miche’ e dopo Il fannullone che lava i piatti della gente elegante, FDA canta la triste sorte della prostituta Marinella, ma anche dell’anziano cliente di un’altra femme publique in Delitto di paese. Indimenticabile è l’affresco della Genova povera in La città vecchia.

A me pare – disse FDA – che Genova abbia la faccia di tutti i poveri diavoli che ho conosciuto nei suoi carruggi, gli esclusi che avrei trovato in Sardegna ma che ho conosciuto per la prima volta nelle riserve della città vecchia, i senzadio per i quali chissà che Dio non abbia un piccolo ghetto ben protetto, nel suo paradiso, sempre pronto ad accoglierli.”

La scelta sociopolitica di campo si accompagna dunque alla esplicita consapevolezza della speciale predilezione che Dio ha per i miserabili e i rifiutati. Non si tratta della beatitudine proclamata da Gesù sulla montagna, ma di qualcosa che decisamente le assomiglia. Era l’attenzione agli esclusi ereditata anche da antichi progenitori poetici, come il “poeta della carità” François Villon. Era la sensibilità che accomuna i poeti veri, come Umberto Saba in Città vecchia, appunto:

“Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove è più turpe la via”

Passando per Cantico dei drogati e per le vecchie povertà operaie riprese dai “dormienti” sulla collina di Edgar Lee Masters, si giunge ancora tra ultimi e penultimi, e comunque sconfitti dalla storia, ai margini della vita: gli eroi tra le alghe marce di Suzanne, il travet bombarolo e quindi incarcerato di Storia di un impiegato, la Teresa di Rimini, l’emarginato della Domenica delle salme, ricalcato su un atroce fatto di cronaca avvenuto a Trento, il servo pastore di Gallura, gli indiani d’America, il piccolo morto nella strage del campo profughi palestinese a Sidùn in Libano, il viado Fernandino di Princesa. Si arriva infine all’ultimo capitolo deandreiano, a quelle anime salve che lui ha voluto spiegare come “spiriti solitari”, individui di minoranza, fuori dal branco, ma che sono anche anime da salvare all’oblio della grande storia e della società che fonda la propria scala di valori sul successo economico e professionale e sulla consacrazione dell’egoismo privatistico. Spesso sono proprio i poveri e gli oppressi, coloro che hanno sperimentato la sofferenza, a diventare “salvatori” dei propri simili. Come la Sònja Semjònovna dostojevskijana:

Le sue pallide guance si accesero di nuovo, nei suoi occhi si espresse lo spasimo. Si vedeva che era tutta rimescolata, che aveva una gran voglia di dire qualcosa, di parlare, di prender le parti di Katjerìna Ivànovna. Una specie di pietà insaziabile, se così ci si può esprimere, si dipinse all’improvviso in tutti i suoi lineamenti.”

Nel mondo residuale, kenotico, solitario e marginale – diceva Simon Weil – si annida una prospettiva di salvezza”. L’emarginazione, in questo senso può essere uno stato di grazia: “Ti sottrae al potere e quindi al fango. Ti avvicina al punto di vista di Dio”.

Un tempo invocavo ingenuamente un’improponibile pietà. Ieri cantavo i vinti, mentre oggi canto i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio. I nomadi, per esempio, e tutti quelli che attraversano i disagi dell’emarginazione senza rinunciare ad assomigliare a se stessi. Sono loro, saranno loro, i vincenti. Perché muovono la Storia. L’umanità riesce a crescere proprio quando non si omologa al gregge della maggioranza. Ce ne renderemo conto molto presto. Questione di tempo e il capitalismo andrà in pezzi. I perdenti? Gli ex-ricchi, che non vorranno accettare economie diverse da quella fondata sul rapporto merce-denaro e si troveranno spiazzati.

Quel ripetere “gli ultimi saranno i primi” forse non voleva essere una profezia metafisica. Forse Gesù, che profeta lo era sul serio, era riuscito a individuare un futuro di moltitudini tranquille, sganciate da ideologie assolutistiche come socialismo, capitalismo e dallo Stato stesso. E soprattutto da una morale imposta d’autorità, per sovvertire le leggi che le popolazioni si erano date in maniera spontanea. Per me ogni regola imposta si è rivelata nefasta: dai dieci comandamenti fino alla legge sulla dissociazione.” (Fabrizio De André)


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