Suicidi

Dicevano allora i Giudei:
“Forse si ucciderà, dal momento che dice:
Dove vado io, voi non potete venire?”.
(Giovanni 8, 22)

Fabrizio De André

Preghiera in gennaio – 1967

Alla morte volontaria FDA ha dedicato un’attenzione straordinariamente intensa, in due canzoni indimenticabili. La prima è “La ballata del miche’”, che quarant’anni fa suonava scandalosa e quarant’anni dopo commuove ancora.

Quando hanno aperto la cella
era già tardi perché
con una corda sul collo
freddo pendeva Miche’.

Tutte le volte che un gallo
sento cantar penserò
a quella notte in prigione
quando Miche’ s’impiccò.

Il testo prosegue illustrando i motivi della scelta estrema di Miche’: aveva ucciso per gelosia, “vent’anni gli avevano dato / la Corte decise così”, ma lui non si poteva rassegnare a marcire lì dentro: “Però adesso che lui s’è impiccato / la porta gli devono aprir”. Ezio Alberone ha riconosciuto un “calco biblico” in questa canzone:

“Il canto del gallo associato al suicidio sovrappone il rinnegamento di Pietro (cf Matteo 26, 7) all’impiccagione di Giuda (cf Matteo 27, 5), così come l’ora della sepoltura del suicida è la stessa della morte di Cristo.”

Infatti i versi conclusivi sono questi:

“ Domani alle tre
nella fossa comune cadrà
senza il prete e la messa
perché d’un suicida non hanno pietà.

Domani Miche’
nella terra bagnata sarà
e qualcuno una croce col nome e la data
su lui pianterà.”

Richiami evangelici a parte, qui troviamo anche una radicale contestazione della dottrina cattolica riguardo al suicidio e al trattamento ecclesiale da riservare a chi si fosse reso responsabile di distruggere il sacro dono della vita umana che gli era stato dato: sepoltura in terra sconsacrata, allora, e comunque esecrazione morale. Al De Andrè compassionevole per ogni creatura emarginata e sofferente, questa chiusura umana in nome di un’ortodossia dottrinale, non poteva che risultare intollerabile. E dunque la pietà che la Chiesa negava a quei morti, il cantautore la esercitava con passione, quasi in un contro-rito di solidarietà che compensasse la gelida distanza espressa dai ministri ufficiali di Dio.
“Preghiera in gennaio” è il momento più alto della galleria suicidaria deandreiana. L’autore rivelò solo otto anni dopo, a Sanremo, come un fiore portato sulla tomba, che era stata scritta per il suo amico Luigi Tenco, che nella città dei fiori si sparò un colpo alla testa il 27 gennaio 1967, dopo un Festival sfortunato. Ma la vicenda umana e il personaggio di Tenco sono assolutamente trasfigurati nella canzone che – nota Fulvio De Giorgi – suona come “vero inno sacro, scandito su un ritmo metrico di sapore quasi manzoniano”. FDA, tre anni prima della Buona Novella, già costruisce la sua teologia alternativa, da evangelista laico e antidogmatico, e dopo aver rivendicato il valore esistenziale di un gesto che non può essere considerato vile, contrappone ai signori benpensanti “[…] quelle labbra smorte / che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”. Insomma, chi ha deciso di andarsene in piena consapevolezza, non può essere escluso dalla sorte dei beati, e questo perché tira a suo modo le conseguenze del “Beati coloro che soffrono, perché saranno consolati” delle Beatitudini evangeliche.
Scrive Antonio Di Gennaro commentando “La Prière” di Francis Jammes, a cui si ispira De André in “Preghiera in gennaio”:

“Lì dove è dolore, dolore vero, dolore estremo, ivi è anche il sacro. Il sacro abita nella dimensione del dolore come preghiera silente. Il dolore è una preghiera recitata nel fondo della propria esistenza, come richiesta di salvezza, ricerca di pace, foss’anche la pace ultima conquistata col prezzo del suicidio”.


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