Morte

Chi avrà trovato la sua via,
la perderà:
e chi avrà perduto la sua via
per causa mia,
la troverà.
(Matteo 10, 39)

Fabrizio De André

Corale (leggenda del Re infelice) – 1968

“E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?”

(Cantico dei drogati)

Tutta la vita, ogni vita (non solo quella dei tossicodipendenti) è un “anticipo” della morte. Appena nati – avverte Heidegger – siamo già abbastanza vecchi per morire. La morte è l’unica possibilità umana, resta l’orizzonte del possibile mentre tutte le altre possibilità vanno dileguandosi. Ogni giorno, ogni ora, scegliendo di fare qualcosa o di essere con qualcuno, l’uomo “muore” a ogni altra possibilità alternativa, “perde” occasioni, “consuma” tempo e ipotesi esistenziali.
Se per molti versi la cultura contemporanea ha prodotto da una parte una spettacolarizzazione, dall’altra una rimozione del tema della morte, “l’antimoderno” De André l’ha elevato a nodo cruciale della sua arte, compiendo un itinerario profondamente intrecciato col problema del senso e della fine della vita. Non c’è dubbio che FDA alla morte ha cominciato a pensare precocemente. La sua quarta canzone, “La ballata del Miche’” è la storia di un suicida per amore: aveva 21 anni. E la sua settima canzone uscita nel 1963 in 45 giri si intitola “Testamento”. Il ventitreenne autore compone una ballata per molti versi beffarda, picaresca e allegramente sconcia, un divertissement da poeta maledetto, ma non priva di un lirismo autentico:

“Quando la morte mi chiamerà
di restituirle la libertà
forse una lacrima, forse una sola
sulla mia tomba si spenderà
forse un sorriso, forse uno solo
dal mio ricordo germoglierà.”

Il rifiuto di una prospettiva comodamente consolatoria, religiosa o filosofica che sia, è espresso in modo trasparente:

“Quando la morte mi chiamerà
nessuno al mondo si accorgerà
che un uomo è morto senza parlare
senza sapere la verità
che un uomo è morto senza pregare
fuggendo il peso della pietà.”

Fino alla conclusione che inscrive il destino individuale dentro una condizione esistenziale collettiva, che è anche l’amara certificazione dell’assenza di una risposta di senso:

“Cari fratelli dell’altra sponda
cantammo in coro giù sulla terra
amammo in cento l’identica donna
partimmo in mille per la stessa guerra
questo ricordo non vi consoli
quando si muore, si muore soli.”

Sorella nostra morte corporale, come l’appellava Francesco d’Assisi, è anche una grande riequilibratrice, una suprema forma di giustizia. Nelle danze macabre affrescate sulle chiese, come nella celebre poesia di Totò, ‘A livella, la morte rimette in riga i destini diversissimi degli umani, e assegna la stessa sorte al potente e al senza-gloria, al ricco e al miserabile. Sub specie mortis, anche le cose terrene cambiano prospettiva, importanza e significato.
La sua “grande danza macabra” De André la scrive nel 1971, con Giuseppe Bentivoglio, rileggendo a modo suo “l’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Tutti dormono, dormono sulla collina, i generali come le squillo, il matto, il giudice, il blasfemo, il malato di cuore, il medico, il chimico, l’ottico, il suonatore Jones. La morte che li accomuna è anche un punto di vista sulla vita, uno sguardo retrospettivo, un giudizio sulle illusioni e sulle meschinità e sulle crudeltà (proprie e altrui) che hanno impedito alle loro esistenze di dipanarsi libere e ricche di emozioni e di incontri. Al suonatore Jones, infatti, che è riuscito a trasfigurare la vita con la musica, capita di essere l’unico dei dormienti di Spoon River che muore senza rimpianti e senza recriminazioni.
Pur senza postulare l’esistenza di una vita eterna, FDA sembra trovare soltanto nella legge dell’amore una possibile risposta di senso. Così, nel Corale (Leggenda del re infelice), canta:

“Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso
ma solo in te
nel tuo cuore
se tu avrai donato
solo per pietà.”
“Non c’è speranza nell’uomo – dice FDA – se non nell’amore che uccide l’odio, nella carità che uccide cupidigie, e rancori, e ingiustizie. I potenti rammentino che la felicità non nasce dalla ricchezza né dal potere, ma dal piacere di donare. La morte è rimorso per chi non ha saputo aprirsi, in vita, alla compassione.”


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