Guerra

Avete inteso che fu detto:
Amerai il tuo prossimo
e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici
e pregate per i vostri persecutori.”
(Matteo 5, 43-44)

Fabrizio De André

Andrea – 1978

Chi di spada ferisce, di spada perisce”. Uno dei fondamenti evangelici dell’obiezione di coscienza all’uso delle armi e della nonviolenza, riaffiora leggendo la più bella canzone antimilitarista di Fabrizio De Andrè, La guerra di Piero. Piero viaggia in direzione ostinata e contraria, è la minoranza che pensa e riflette e disobbedisce, è il perdente che rifiuta – con un superiore istinto di umana fratellanza – le leggi del branco. È l’uomo morale che, per un caso di coscienza, diventa “eversivo” nei confronti dell’etica pubblica generalmente accettata e condivisa, del codice assiologico ritenuto “ovvio”, “scontato” dalla società. Altre sono le canzoni, prima e dopo La guerra di Piero, che incarnano la vena antimilitarista di De André, come la Ballata dell’eroe e il sarcastico ritratto del re cristiano Carlo Martello di ritorno dalla battaglia di Poitiers. Ma è soprattutto nel Girotondo del 1968 che diventa un pungente sberleffo alla “logica” della guerra nucleare. Nella lugubre filastrocca emergono diversi temi cruciali: dall’obiezione di coscienza all’assenza del Dio dal piano della storia; dalla negazione di qualsiasi bomba intelligente ante litteram alla contemplazione dell’inesorabile stupidità dell’uomo. Ventiquattro anni dopo Piero, ecco un altro soldato che “s’è perso, s’è perso e non sa tornare”, in Andrea, canzone che allude a un amore tra due ragazzi, spezzato da una cruenta battaglia tra le rocce. Il tema dell’antimilitarismo torna in Quello che non ho, in La cattiva strada, in Fiume Sand Creek e rimane costante anche nel suo ultimo lavoro Anime Salve.

Me le grandi guerre, come sempre, sono accompagnate dalle piccole stragi, dall’omicidio che entra nel vissuto quotidiano, nella normalità dei rapporti. Disamistade, l’inimicizia in dialetto sardo, ecco lo scoglio su cui si infrangono le tranquillità private e la pace universale. Eccolo qui il nocciolo duro, resistente a ogni utopia, a ogni religione, a ogni riforma illuministica, ad ogni rivoluzione che progetta la ri-creazione dell’uomo nuovo, ad ogni speranza di tregua. È il cuore di tenebra, è l’odio cieco e sordo, è l’indifferenza, è l’autoanestesia che ci immunizza rispetto alle sofferenze del prossimo:

“e per tutti il dolore degli altri
è dolore a metà.”

“Disamistade”


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