Giustizia

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti,
che pagate la decima della menta,
dell’aneto e del cumino,
e trasgredite le prescrizioni
più gravi della legge:
la giustizia, la misericordia
e la fedeltà.
(Matteo 23, 23)

Fabrizio De André

Un giudice – 1971

“ Con l’andare del tempo si scopre che gli uomini sono dei meccanismi talmente complessi che tante volte agiscono indipendentemente dalla loro volontà. Allora finisci per trovare poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Se estendi questo tipo di indulgenza anche a te stesso, riesci ad avere un rapporto meno contrastato con il tuo prossimo. La cosa curiosa è che l’avevo capito fin da quando avevo vent’anni e scrivevo cose come «se non sono gigli son pur sempre figli».”

Fabrizio De André ha sempre durissimamente contestato l’azione e la legittimità stessa della giustizia terrena. Per FDA i  poveri e i senzadio non sono “colpevoli” dei loro reati, perché si riprendono in qualche modo (e comunque perdendo sempre) ciò che la vita e le regole del vivere sociale hanno loro negato. Per questo, non esiste ladro o assassino che FDA non assolva per partito preso, in base alla visione anarchica del mondo, s’intende, ma anche per una vissuta, sperimentata e coltivata solidarietà a chi vive fuori dal branco.

“Certi atteggiamenti – disse FDA durante la tournee del 1997 – certi comportamenti sono imperscrutabili. La psicologia ha fatto molto, la psichiatria forse ancora di più, però, dell’uomo, non ne sappiamo ancora nulla. Certe volte insomma ci sono dei comportamenti anomali che non si riescono a spiegare e quindi io ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore, anche perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e che cosa sia l’errore. […] È una questione di relativismo, sia geografico che temporale. Basta spostarci di paralleli o di meridiani che troviamo cose per noi turpi da un punto di vista morale, e invece normalissime per certi gruppi che popolano l’amazzonia. […] Anche le leggi sono assolutamente relative e il loro rispetto altrettanto. […] Non esistono, secondo me, verità assolute. E quindi è inutile condannare qualcuno.”

Il primo piccolo manifesto della giustizia secondo De André è rappresentato dai cinque versi finali della Città Vecchia, quelli che seguono all’evocazione del piccolo mondo criminale dell’angiporto genovese:

“Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni
più le spese
ma se capirai, se li cercherai
fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.”

Ecco qui il codice giuridico deandreiano: il delinquente è comunque una vittima di questo mondo, con quale autorità un bravo e onesto giudice borghese può mandarlo in galera? È l’estensione, se si vuole, dell’evangelico “chi è senza peccato scagli la prima pietra” detto da Gesù ai bravi ebrei osservanti a proposito dell’adultera che avevano intenzione di lapidare pubblicamente. “Il punto di vista di Dio” è in effetti spesso una contestazione del punto di vista della maggioranza e delle leggi degli uomini: “I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli” (Matteo 21, 31).
Il disprezzo di FDA per chi amministra la giustizia raggiunge l’apice con due canzoni, “Il gorilla” (da Brassens, nel Volume 3°) e naturalmente “Un giudice” (da Lee Masters, in Non al denaro…). È in queste canzoni che De André manifesta il suo disprezzo nei confronti di una giustizia troppo moralistica e antropologicamente relativa per poter essere considerata realmente valida, per poter garantire all’uomo la Libertà. È il finale della “Canzone del padre” che sintetizza bene la concezione libertaria di FDA:

“non mi aspettavo un vostro errore
uomini e donne di tribunale
se fossi stato al vostro posto…
ma al vostro posto non ci so stare”

Lo scetticismo nei confronti della giustizia umana non impedirono a FDA di prendere parte al processo contro coloro che l’avevano rapito; era sua intenzione chiedere che fossero individuate le menti, i mandanti del reato, e testimoniare viceversa l’umanità con la quale Dori Ghezzi e lui erano stati trattati dai loro carcerieri, verso i quali riservava la comprensione dovuta a un popolo, quello sardo, che aveva innata nella propria cultura la “logica” del sequestro. Gli imputati diventano dunque vittime, più che carnefici. Sono i poveracci che Fabrizio non vorrebbe vedere alla sbarra, convinto che la giustizia umana è caricatura della giustizia vera: come nella geniale, travolgente “Don Raffae’”, ritratto di un camorrista che in cella diventa nume tutelare e punto di riferimento di un secondino che sa come vanno le cose in Italia.
In sintesi, per FDA, la legge degli uomini non potrà mai reggere al vaglio di una visione di reale giustizia, e ce lo ribadisce, per l’ultima volta, in una bellissima canzone di Anime Salve (1996), quella dedicata agli zingari, cioè “Khorakhanè (a forza di essere vento)”.

“e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.”

Il nome di una presenza Altra, di uno sguardo Altro, insomma, del punto di vista di Dio, FDA mette ancora una volta in scacco i codici, i reati e le pene. E ci ripete ancora una volta: chi è l’uomo per giudicare un altro uomo? Quella pietra del Vangelo di Giovanni: da scagliare, o da lasciare cadere a terra? Dal punto di vista esistenziale, resta solo la seconda strada, anche se fosse “una cattiva strada”. Ma non dal “punto di vista di Dio”.


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