Donne

Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato,
ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.
Per questo ti dico: le sono perdonati
i suoi molti peccati, poiché ha molto amato.
(Luca 7, 46-47)

Fabrizio De André

Le passanti – 1974

De André ha cantato l’amore intrecciato alla morte, l’amore che “strappa i capelli” e l’amore che taglia le vene, ma ha cantato anche la donna come motore potente della vita, archetipo e principio naturale, vento che scuote l’esistenza individuale e cambia la storia. È uno degli aspetti della sua opera in cui si può parlare di un culto religioso pagano: la donna, in FDA, è venerata, “santificata” in Bocca di Rosa, eroina dell’amore universale. Un culto, quello della donna, che traeva linfa dalle sue esperienze personali iniziate precocemente a dodici anni con una francese navigata in Alta Savoia, beninteso, ma anche alla parentela musical-letteraria con Georges Brassens. Certo, il rispetto deandreiano per le donne ha poco a che fare con il concetto tradizionale di osservanza di una sorta di sacralità della creatura femminile. Il “rispetto” di FDA è attenzione e curiosità, ammirazione e amore. Che privilegiano – per una scelta di campo esistenziale, prima ancora che per un’estetica della perdizione – le donne perdute a quelle rassicuranti della borghesia genovese che conosceva bene: “figlie di famiglia, odore di buono, che le puoi amare senza precauzioni” (traducendo Creuza de Mä).

E se è vero, come ha scritto la Nissim, che De André tende a proporci donne-sintesi, archetipi di ciò che la donna semplicemente è e rappresenta, al contempo le figure femminili che punteggiano e attraversano la sua opera hanno volti singolari e indimenticabili, che spesso rispecchiano esperienze biografiche sofferte. Nel catalogo deandreiano che, a differenza di quello dongiovannesco-mozartiano, è fatto di nomi e non di numeri, ci sono rimasti impressi questi tratti:

– l’innocenza di Marinella: “c’era la luna e avevi gli occhi stanchi”;
– il “cuore di neve” di quei “larghi occhi chiari”;
– gli “occhi grigi come la strada” della bambina di Via del Campo;
Bocca di Rosa che “metteva l’amore sopra ogni cosa”;
– la graziosa che “molto spesso alla fontana tornò a bagnarsi pregando Dio per un soffio di tramontana”;
– la Jenny del suonatore Jones;
Giovanna d’Arco che nel fuoco “si arrampicò dentro ad offrirgli il suo modo migliore di essere sposa”;
Suzanne che “ti indica i colori tra la spazzatura e i fiori”;
– le labbra di tutte le compagne di viaggio “passanti” e sfiorate, occasioni lasciate ad aspettare, occhi mai più rivisti;
Nancy “senza compagnia all’ultimo spettacolo con la sua bigiotteria”;
Teresa di Rimini, la figlia di pirati, la figlia del droghiere, che “ha gli occhi secchi / guarda verso il mare”
Maddalena che quando “’sto deserto finirà”, potrà ballare o “fandango”;
Sally che venne con un tamburello “ma il bosco era scuro l’erba era già alta / dite a mia madre che non tornerò”;
Franziska “stanca di ballare”;
– la Dolcenera che arriva con l’alluvione;
Maria bambina, un giglio sul vestitino, “che nel tempio resti china”;
Nina, la piccola donna ripescata dall’infanzia, che fa spuntare un’altra, alta presenza: il dubbio che qualcuno regga i fili del nostro destino, “la mano che illumina le stelle”.
L’attenzione di FDA alle donne raggiunge il suo vertice poetico nella Buona Novella, che non è, nel disco di De André, la storia di Gesù: o, se lo è, lo è attraverso gli occhi di sua madre: donna di speciale amore e di speciale dolore.

Curiosamente, la vicenda biografica di FDA è quella di un innamorato delle donne, di tutte le donne, che nel 1974 incontra Dori e ci resta insieme, felicemente per quel che era consentito a un tormentato come lui, per gli ultimi venticinque lunghi anni della sua vita. Ma le donne cantate nelle sue canzoni sono sempre incontri provvisori e non consolatori. La fragilità suprema, ci dice FDA, è il sentimento della temporaneità dell’amore, della natura passeggera della passione, della fine insita di ogni inizio.

“Poi il resto viene sempre da sé
i tuoi “Aiuto” saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio lasciarci
che non esserci mai incontrati.”

“Giugno ‘73”

Eccola qui la morale di ogni storia, il senso di ogni innamorarsi: non si poteva dire in modo più perfetto, più lancinante. Che restino i dolori, insegna De André, non i rimpianti.


Una Risposta to “Donne”

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