Dio

Siate figli del padre vostro celeste,
che fa sorgere il suo sole
sopra i malvagi e sopra i buoni.
(Matteo 5, 45)

Fabrizio De André

Un blasfemo (dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato) – 1971

“Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola comoda, da tutti comprensibile, ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di spiritualità dell’universo.”

Nonostante la sua matrice anarchica, FDA non ha dedicato grandi sforzi alla contestazione esplicita dell’idea di Dio. C’è il “Laudate hominem” della Buona Novella, che ribalta la lode a Dio celebrando la libertà dell’uomo, e dichiara al tempo stesso che l’idea di Dio è una costruzione simbolica umana nel cui nome troppi innocenti sono stati uccisi. Ci sono i falsi dèi di “Coda di lupo”. Ma l’unica volta che si affronta programmaticamente il tema di Dio e dell’ateismo è nel Blasfemo dell’Album di Spoon River:

“E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio ma qualcuno che per noi l’ha inventato
ci costringe a sognare in un giardino incantato.”

Si può dire che con questo verso Fabrizio concluda, una volta per tutte, il suo confronto con il Dio della religione cattolica, pur continuando la ricerca, la sua curiosità di Dio.
Non era ateo, perché non aveva nulla del dogmatismo anti-deista dell’ateo privo di dubbi. Con il cercatore di Dio, che solo in parte era, condivideva la sofferenza per l’ingiustizia del mondo e l’insofferenza per le certezze arroganti di una religione autosufficiente. Si può comprendere meglio la “strada” di De André, forse, sullo sfondo del pensiero pascaliano: “incomprensibile che Dio esista e incomprensibile che non esista” e considerando la lezione dei grandi mistici come Meister Eckhart:

“Il disegno ben definito di Dio è che l’anima perda Dio. In effetti, finché l’anima ha ancora un Dio, conosce un Dio, ha la nozione di un Dio, è ancora lontana da Dio. Perciò è desiderio formale di Dio annientarsi nell’anima, perché l’anima perda se stessa. […] È il più grande onore che l’anima possa fare a Dio è abbandonarlo a se stesso e liberarsi di lui.”

È una presenza misteriosa, non canonica, quella di Dio nelle canzoni di De André, ma è una presenza che non passa inosservata. Se si abbina al dichiarato “animismo” dell’autore e alle numerosissime citazioni di vento e cielo, come interlocutori naturali ma indefinibili, non inscatolabili, insomma trascendenti, rispetto agli esseri umani, ci ritroviamo molto vicini a quel che David Maria Turoldo, uno dei più grandi lirici credenti del Novecento, pensava a proposito della poesia e di chi la scrive. Il vero poeta, sosteneva Turoldo, è colui che si mette “in ascolto del sospiro di Dio nell’alito del vento”; poeta è un “uomo in ascolto di ogni voce; in ascolto soprattutto dei silenzi di Dio”.
Una sera, in uno dei suoi ultimi concerti, De André disse:

“C’è gente che non riesce a tenersi compagnia. Ma il silenzio non è un orrore. In una notte come questa, possiamo ascoltare mille voci dell’universo. E scoprire che il silenzio è meraviglioso…”


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