Because something is happening here

Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che si mettono comodi. E appassiscono. E gli altri. Io faccio parte degli altri.

In ultima analisi, dico io, la vita è una favolosa rottura di coglioni. Il dilemma è prendere posizione, scegliere su cosa concentrarsi. Sulla rottura di coglioni? O sul favoloso? I comodi si adagiano sulla rottura di coglioni. Li rassicura. Come il telegiornale delle otto o il divano la domenica pomeriggio. Gli altri, li vedi, si catapultano in strada a tutte le ore, valicano la notte, avidi e nevrotici, sul bordo dei marciapiedi, spaesati ma concentrati. Cercano il favoloso. E non lo trovano. Perché lo hanno già vissuto. Ma fanno finta che questo preveda il bis. Non è così. Però non lo sappiamo veramente. E allora giù a provarci, senza tregua, come drogati. E, come per tutti i drogati, la strada per il favoloso è costellata da intermezzi e arcobaleni di squallore, di umiliazioni, di pochezze, di elemosine e di bruttezze. Poi, ad un tratto, si matura, che brutta parola però, immonda, la maturazione. E tuttavia si capisce. Comprendi, nella sua essenza più intima, che cos’è il favoloso lontano dalla cripta dorata dell’adolescenza. Il favoloso dell’età adulta è proprio lo squallore, l’umiliazione, la pochezza e la bruttezza.

Ma non lo vedete il politicastro sessantacinquenne che sbava per la consulenza o il sottosegretariato? Ma vi pare favoloso, questo? Ma non lo vedete il salumiere che imbroglia sull’ettogrammo di prosciutto? Gli è andata bene. E allora? Ha mica toccato il favoloso? O il benessere? O la gioia? O la felicità? O la beatitudine? Ma di cosa stiamo parlando?

Lontano dall’adolescenza ci s’inventa una vita logora, tremenda. Ciascuno lì a piazzare la sua tesserina del domino. Dimenticandosi di andare a vedere l’acqua e la montagna avvolta nel freddo, beatificate dal colore limpido, preistorico. La trasparenza.

Un’altra storia l’adolescenza. Un’altra storia. Una roba che, a distanza di tempo, ti perfora le pupille con le lacrime acide. Lacrime a tenaglia.

Con gli anni poi, i sensi s’indeboliscono. L’uomo è salpato e ha lasciato l’adolescente a terra fino a farlo sbiadire dietro il faro. Sei salito a bordo della nave, però, ti guardi attorno e la nave non è una nave. È un traghetto mezzo scassato con la puzza della nafta che non guarisce. È la nafta che ti dice: basta cozze, ventri piatti, vongole, petti glabri e taratufi. Basta baci dolci per strada. Ora solo fotocopie di baci. Basta mustacciuoli addentati con molari indistruttibili. E invece trapani di dolore nelle gengive. Basta la delusione che ti strazia il cuore. Non la si vive più fino in fondo, la delusione, perché l’adulto ti condanna alla soluzione rapida, in un modo o nell’altro.

È iniziato il conto alla rovescia, per finire da nessuna parte.

Tutta questa concretezza, oggi come oggi, a me fa un poco male. Mi fa galleggiare nell’insensato. Altra storia se l’insensatezza mi facesse nuotare. Invece faccio il morto a galla.

Che vergogna! È un repertorio infinito di pene, l’età adulta. Una lenta cascata di inesorabili distruzioni. Palline di vecchiaia che rotolano nel corpo umano. Veloci come le biglie sulla spiaggia coi ciclisti disegnati da dentro. Si potrebbe andare avanti fino al proprio funerale. E anche lì rendersi conto, sì, che è stata poca roba, ma ne valeva comunque la pena. Per una semplice ragione.

Non ci sono alternative.

O la vita o la vita.

E l’idea della saggezza, dell’esperienza, solo invenzioni. Alibi traballanti. Una misura tampone gonfia d’aria. Un condono dell’esistenza. Tutte bugie. Prima giocavi da titolare, ora devi stare sempre in panchina, ma con gli occhi bendati, neanche guardare ti fanno. Quest’è.

Per questo, gira gira, gli adulti evitano accuratamente i giovani. Non vogliono ricordare, giustamente. E quando non li evitano, ci cascano dentro come provoloni. Si fanno male. Perché ricordano. Ma il ricordo non è la vita vera. È deludente il ricordo.

È opaco. Sbiadito. È un frammento di merda. E allora si crolla nel dormiveglia pomeridiano. Lì qualcosa si risveglia, il ricordo assume contorni più definiti. Sono istanti. Quando pensi di acchiapparli, stanno già bussando al tuo citofono altri adulti carichi di sofferenze e di routine. Da qualche parte, c’è sempre l’invito di qualcuno a scrollarteli di dosso, i ricordi. Un complotto mostruoso per abbreviare la dilatazione.

Volevamo la poesia, abbiamo raccattato i malanni.

Volevamo l’emozione, siamo stati ripagati a forza di palinsesti televisivi. Orrendi come delitti preparati alla buona.

Sudaticcio e forforoso, l’adulto scappa e finisce quasi sempre spappolato dentro una mondanità di quart’ordine. Non che quella di prim’ordine sia migliore, intendiamoci. Solo una corazza di accessori più costosi e un’affettazione insopportabile nella voce. Quest’è. Eppure li abbiamo visti, agli angoli della strada, i pensionati moribondi che parlottano con la passione e l’accanimento di un tempo che era. Sembrano vivi. Scrutano, con eccitazione maniacale, i lavori in corso all’angolo della strada. Sollevano occhi liquidi di stupore dinanzi alla scavatrice meccanica. Trovano i miracoli dappertutto. Allora sono vivi. Allora non sappiamo proprio tutto. C’è dell’altro. Chi cazzo è che ci nasconde le cose come stanno? C’è dell’altro che non riguarda noi. C’è la superficialità di chi ritiene che tutta la vita durerà. Non è così.

L’entusiasmo, questa parolaccia. Mi abbrutisce. L’entusiasmo mi lascia senza forze.

Mi fa morire al meriggio, quando apro l’occhio e ostento il vitalismo. Vi prego, non la chiamate depressione. Non vi appiattite sul sentito dire, sulla rivista col sondaggio annesso, non sprofondate dentro tabelle professionali da centocinquantamila lire all’ora. Non andate a cazzo perché così vi hanno suggerito. Non sottovalutate la mia, la vostra unicità, che sfugge alle teste di cazzo con la laurea che gli pende dietro la scrivania come una ghigliottina. Ho sempre diffidato della preparazione universitaria da quando ho capito che il docente universitario era antipatico, frustrato, vigliacco. Il docente universitario è sempre vigliacco. I libri la sua trincea. La pubblicazione il suo moschetto. Ma dietro non c’è niente. Salvo una moglie brutta e fetente o un marito che schiaccia le puzzette sul cuscino della poltrona a casa senza farsene accorgere. Il suo essere snob è direttamente proporzionale all’incomprensione dell’esistenza. Sono tanto snob. Il problema sta lì, sotto i loro occhi, ma obnubilati dalla pagina scritta, tutto gli sfugge.

La vita che si srotola anarchica ovunque tranne che, ironia della sorte, sul loro foglio.

Vogliono comprendere. E si dimenticano di vivere. Pompano nozioni. Si fanno limitrofi all’esistenza. È lì che si annida il problema. Spalle alla vita, rincorrono la scrivania. Vi si ancorano a colpi di seghe andate a male. Un’eiaculazione così precoce con una forza d’acciaio da durare una vita intera. C’è da diffidare. E per bene.

Sifilitici dell’intelletto, dubitano della giustezza dell’ironia perché essa possiede tutta la duttilità che li atterrisce, che li rende superati, liquidabili col nitore della risata. È un cobra, la risata. Non si sa da dove esce. Arriva da sotto alla mattonella e ti rende goffo e inerme. Spalancato e indifeso. L’ironia semplifica la presunta complessità del professore universitario. L’ironia si fa sempre stravaganza intollerabile, per loro. Allora, schiavi del disagio, s’incazzano, si trincerano dietro lo scaffale, alzano la voce, ma gli manca lo strumento. La voce.

A colpi di deduzioni, dimenticano le divagazioni che poi sono il segreto della bella giornata. Puntano alla complessità dell’elenco e omettono la sfumatura che, per grazia del cielo, è tutta la vita che sfugge alla catalogazione, come un latitante ben protetto. Questo li rende superflui.

Retorici, vittime, eroi. Tutto un calendario che non si può proprio tollerare. Ma che ha un suo pubblico sciattissimo. Che abbocca spudorato, spensierato, incosciente. Da quando esiste, pare che il mondo non riesca a fare a meno dei retori. L’incantano, come il mago Silvan alle prime performance. E la vittima, che scatena questa brutta bestia della solidarietà. Indomabile. Se mi chiedessero che cosa vuoi eliminare dalla stronza vita, non ci penserei su due volte: la solidarietà. Una roba così astratta che consola solo i morti che camminano. E l’eroe, un tempo tronfio e gradasso, ha lasciato il posto al timido e dimesso, un’altra vittima. Questo va cercando la popolazione. Questo gli danno in pasto i furbi. Comodi concetti bell’e pronti come la pizza surgelata. Li rassicurano nell’intimo. Tutto ciò che li destabilizza, una volta li faceva riflettere, ora gli fa semplicemente schifo. Invitate il ladro a casa, ma lasciate fuori il provocatore, questo ci vanno dicendo. Un degrado. Un rotolamento verso un’infinita pianura padana di stronzate. Ma quest’è. Tutto ciò che chiamano progresso continua a sembrare, solo a pochi, o forse solo a me, una fantastica, sconcertante delusione.Balena

Liberamente tratto da “Hanno tutti ragione” di Paolo Sorrentino

~ di toninomorena su 29 giugno 2014.

4 Risposte to “Because something is happening here”

  1. E che “chiacchierone” che sei!

    • Ahahah! Non posso darti torto, ma in questo caso avevo proprio bisogno di uno sfogo. Spero almeno ti sia piaciuto il post.
      PS: bello il tuo blog, vorrei avere anche io il tempo e le idee per scriverci più spesso…

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