I cieli di Roma

Veduta dal Pincio

Quando piove sul serio a Roma, vi giuro, non c’è ombrello o impermeabile che tenga. Martedì mattina: esco di casa e il cielo è terso. In macchina in via del Mandrione – una delle mie strade di Roma preferite – il sole, ancora basso, trafigge gli archi dell’acquedotto romano e mi abbaglia a scatti, come il faro di un lampeggiante. Un quarto d’ora dopo saluto Gianp a via del Castro Laurenziano, lui va a lavoro a Ingegneria, io corro a lezione a Neurologia: devo percorrere circa cinquecento metri a piedi ma nel giro di trenta secondi viene giù un nubifragio colossale, un diluvio universale che Noè non avrebbe neanche fatto in tempo a caricare sull’arca la moglie e i figli, che tutti gli animali del creato sarebbero già annegati e il Talmud avrebbe perso una delle sue cazzate più epiche. Arrivo all’ingresso del dipartimento di Neurologia più fradicio di George Peppard in colazione da Tiffany (senza la Hepburn, ovvio) con le scarpe gonfie d’acqua e neanche un posto dove potermi asciugare. Potreste giustamente obiettare: “Ma un ombrello, no?” Beh, chi segue questo blog lo sa che odio gli ombrelli; non mi fate diventare ripetitivo. E comunque sarebbe servito a poco sotto quel finimondo. Resta il fatto che nel giro di ventiquattro ore mi ritrovo con febbre, raffreddore, mal di gola, tosse e il resto immaginatevelo.

Dopo tre giorni chiuso in casa mi sento peggio di un sacchetto dei rifiuti organici abbandonato dietro la porta di casa in attesa di raggiungere i suoi simili. Stamattina mi sveglio con il naso completamente ostruito, la schiena dolorante, una nausea che non vi dico, ma almeno non ho la febbre. C’è il sole e alle 15:30 a Piazza del Popolo Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Maurizio Landini, Antonio Padellaro, Marco Travaglio e tanti altri parleranno di Costituzione. Mi sento una pezza ma non posso mancare; l’ultima volta che sono stato in piazza risale a un po’ di mesi fa, non c’era ancora il governo delle “larghe (non più losche) intese” e il Movimento 5 Stelle aveva da poco ottenuto uno storico risultato elettorale. Eravamo in Piazza Santi Apostoli e avevamo voglia di sentire cosa avevano da dire questi – fino ad allora – fantomatici “grillini”. Non so quanta gente in quella piazza fosse ideologicamente convinta di sostenere quel movimento, ma c’era poco da riflettere: era semplicemente l’ultimo flebile barlume di speranza per non tirarsi del tutto indietro, passivi al disastro. In realtà dissero poco e niente, cosa che hanno fatto anche nei mesi a seguire. Grillo si è rivelato ciò che in fondo sapevamo fosse, cioè un clown, un po’ maniaco un po’ triste, in ogni caso incapace di incarnare il vero cambiamento, quello di cui il Paese ha bisogno. Da quel giorno mi limito a sbadigliare sulle pagine dei giornali, con l’unica soporosa speranza di vedere finalmente finito Silvio Berlusconi, simbolo della decadenza, prima di tutto civile e culturale, di questo Paese. Adesso pare che il Caimano abbia esaurito i colpi di coda (se non è così, vi prego, svegliatemi da questo incubo!) e della politica italiana rimane solo un cumulo di macerie: un calderone di dinosauri marziani, di fenomeni da baraccone, di pitonesse e impomatati leccapiedi, di baffetti complici – e potrei continuare per ore con sufficiente quanto meritata retorica – . Dopo vent’anni in retromarcia (forse più di venti ad esser sinceri) è arrivato il momento di fermarsi, guardarsi bene intorno e ripartire con le idee chiare. Personalmente penso, in disaccordo con quanto ha dichiarato Napolitano negli ultimi giorni, che l’unica via maestra da imboccare per ripartire sia quella tracciata dalla Costituzione, il vero baluardo civile di questo Stato che già tante volte ha salvato la nostra democrazia da pericoli incombenti: lo ha fatto ai tempi del terrorismo e alla fine della prima Repubblica; lo ha fatto anche negli ultimi anni, che ci volevano far credere che i maiali sono più uguali degli altri animali.

Ebbene, ‘sticazzi dell’influenza, alle 15:30 sono in Piazza del Popolo. Esco dalla stazione della metro e già a Piazzale Flaminio riecheggiano le note della Canzone del Maggio di De André: sono a casa. La piazza è gremita, decine di migliaia di persone indossano una maglietta con la scritta stellata: “Costituzione, la via maestra”. “Provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti” canta una cover di Faber da quell’angolo di Piazza del Popolo che puntualmente mi ricorda Mastroianni e Ainouk Aimée nella Dolce Vita. Bisognerebbe cantarlo a quelli del Partito Democratico, assenti ingiustificati della giornata. La Costituzione è un bene comune e la manifestazione dovrebbe essere, almeno in teoria, trasversale; eppure delle tante bandiere che sventolano se ne vedono perlopiù di rosse, qualcuna di Ingroia, poche altre: del PD neanche l’ombra.

Ma non è una novità o forse non mi meraviglia più di tanto. In ogni caso oggi in piazza si parla di diritti, di democrazia, di civiltà partendo dalle basi della nostra Repubblica, dal lavoro dei Padri Costituenti e nonostante si parta da così indietro nel tempo, sembra che nelle parole di Rodotà, di don Ciotti, di Cecilia Strada e anche in quelle, forse più scontate, di Maurizio Landini si intraveda una visione. Certo si tratta di un anelito che andrebbe supportato da una nuova prospettiva democratica e da una vera politica capace di affrontare di petto le dinamiche economiche e sociali attuali, ma è un importante sospiro di sollievo dopo anni di governicchi di destra, di sinistra, tecnici e di larghe intese, o di altre invenzioni dello spettacolo da baraccone che è divenuta la politica italiana.

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I miei occhiali da sole non sono mai stati tanto alla Nanni Moretti quanto oggi. Peccato, perché col timore di dovermi rimettere a letto con la febbre torno a casa in anticipo, ma in compenso un po’ felice. Perlomeno ho smesso per qualche ora di pensarmi “antitaliano”: idea sempre più ricorrente, climax ascendente che sta quasi irreversibilmente plasmando le mie intenzioni di vita futura. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Oggi molte persone in Piazza portavano al collo un cartello con su scritto un articolo della Costituzione: il 3, il 34 e tanti altri. Io vi lascio citandovi l’art. 32, a me il più caro, dedicandolo ai migranti di Lampedusa, vittime del mare e della terra da cui fuggivano o di quella su cui speravano di approdare; vittime, tra le tante, di questo strano, terribile, intricato mondo di oggi. Mondo che – continuando a citare Enrico Berlinguer – può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità.

La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

Articolo 32 della Costituzione Italiana

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

~ di toninomorena su 13 ottobre 2013.

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