Anna e Marco

Dio, è proprio tanto che piove. Da mezz’ora sono qui arruffato in biblioteca a guardare la pioggia scendere dritta e fina sul cortile della I Clinica Medica. Il cielo è grigio, piatto; non lascia speranza: continuerà a piovere a lungo. La sala è buia, poco affollata. Anzi, c’è pochissima gente, di cui non distinguo i volti o la fisionomia, avvolti come sono dal grigiume. Le poche luci accese sono flebili, mi causano una strana sonnolenza, come un torpore della mente. Un ragazzo prova ad accenderne altre. Spegne, riaccende, pigia tutti gli interruttori disponibili. Invano. Eppure la biblioteca ha dei grossi finestroni; in pratica la parete che ho di fronte è una grossa vetrata. Ma è un pomeriggio cupo, forse non solo per me.

Provo a concentrarmi e riattivo la matita sul libro. La fisiopatologia del colon mi suona peggio di una romanza di Chopin. Mi agito. Sfrego le mani tra le cosce per provare a riscaldarle. Cavolo, non potevo scegliere abbigliamento peggiore. I jeans sono ghiacciati, qualcuno obietterebbe che è normale dato che sono estivi. Scuoto le gambe e tiro un grosso sospiro. Sono uno sprovveduto. Uscire di casa senza un ombrello o un cappotto con questo freddo è da sprovveduti. Ultimamente ci azzecco poco in generale e questo pensiero mi causa un’improvvisa amarezza.

Decido di uscire in corridoio a riscaldarmi un po’; i corridoi che danno sui reparti di degenza sono riscaldati e pur di trovare un po’ di soddisfazione termica mi infliggo la puzza di chiuso che c’è. Mi appoggio alla cornice della finestra a guardare l’entrata delle ambulanze al Pronto Soccorso. Dai cancelli di Viale del Policlinico c’è un viavai di gente imbacuccata con ombrelli di vario colore; il più gettonato è il rosa chiaro, ce ne sono tanti anche marroni e blu. Tutti schivano le pozzanghere, frettolosamente, e hanno un passo deciso, come se fuggissero da un pericolo incombente. La pioggia è poesia solo per chi la osserva dalla finestra. Chi finisce sotto al diluvio prova ben altro. Ecco, un improvviso colpo di vento deforma l’ombrellino di una ragazza. Lei lo afferra con entrambe le mani e cerca di riordinarlo, coprendosi intanto dell’oggetto deforme che resta. Gli occhi vedono, ma non guardano. – “È finita! È finita!” – mi risuona l’urlo nella testa. Chiudo gli occhi e ne vien fuori una lacrima. Stringo i denti e intanto intravedo la camminata basculante dello specializzando in Cardiologia della Torromeo. Si avvicina e mi saluta. Rispondo quasi senza voltarmi, con un cenno timido della mano. Non sento più il freddo ma sto per esplodere dentro, per scoppiare in lacrime. Vorrei staccare il cervello, non pensare, tirare giù questa scenografia autunnale. Ma non siamo noi a decidere del tempo, anzi, non siamo noi a decidere neanche di noi. C’è ben poco merito nel talento, perché siamo tutti vittime del caso, consapevoli e non, fortunate e non. Il talento è merce, è moda. È sporco ed effimero. Non è per niente nobile come si crede.

Di scatto decido di tornare a casa. Tanto non smetterà di piovere e dovrò comunque bagnarmi per arrivare alla metro. Devo tenermi impegnato, per non piangere. Ritorno nel freddo della biblioteca, ormai quasi tutti sono andati via. Ripongo i libri nello zaino, il mio Seven indistruttibile, compagno affettuoso di tanti viaggi, tra gli ultimi quello indimenticabile a Parigi, un anno fa. Saluto la bibliotecaria, che per il freddo perde il rossore, creduto inamovibile, delle sue guance tonde e lisce. Lei scruta il mio volto, come una vecchia di paese; poi mi risponde “buonasera”. Decido di prendere la metro a Termini e allora sfrutto il più possibile i corridoi del policlinico. Arrivo a dermatologia ed è il momento di buttarsi sotto la pioggia. Tiro su il cappello della felpa, che si rivela un regalo veramente utile, ed esco. In due secondi sono completamente bagnato, ma mi copro la gola con una mano. Più della pioggia che picchia forte mi disturba il vento gelido. Lancio uno sguardo all’area “break” davanti a urologia. Non c’è nessuno; e intanto corro, con gli occhiali invasi da goccioloni di pioggia, che si fondono: presto comincia a grondare acqua. Una voce sottile che mi viene incontro sembra salutarmi. Guardo sotto l’ombrello: è Elisa. Oddio è vero, stanno finendo adesso le lezioni a Neuro. Che sfascio!

E corro ancora. Il semaforo è rosso all’incrocio tra Viale del Policlinico e Viale delle Scienze. Mi fermo sul bordo di una pozzanghera: sento l’acqua gelida che ha inzuppato la felpa e ormai si è attaccata al collo. Le scarpe dell’Adidas hanno cambiato colore e sono piene di fango, o meglio, di quei frammenti di terra e asfalto che la pioggia rivolta sulle strade delle città. Verde: riprendo a camminare velocemente. La mia mente è più torbida e congestionata delle strade di Roma. Ho perso la cosa più cara che avevo. L’ho lasciata scorrere, idiota, cadere nel mondo dei tanti. Diventerà come tutte le altre. “Io credo ancora che tu possa essere l’uomo giusto per me”, mi urlo dentro. Scoppio a piangere, più forte del cielo. Non sento più la pioggia e il freddo: nix et nox, ma dentro. Il passo si fa più svelto, come se dovessi rincorrere qualcuno, ma a testa bassa. Uno scooter rischia di prendermi in pieno all’incrocio con Via del Castro Pretorio; il tizio a guidarlo, avvolto nella plastica, mi apostrofa qualcosa. Non ci penso. Dagli alberi cadono grossi vermi di pioggia. Mi danno fastidio, ma ci sono quasi. Attraverso correndo Via Marsala e sono finalmente al riparo, davanti alle poste. Mi tocco il cappuccio e la mano affonda in un tuffo. Ingoio ripetutamente saliva, perché è come se già la gola cominciasse a bruciarmi. Tra le tante voci agitate mi colpisce “Buenos compañeros de viaje”: degli spagnoli con i trolley aspettano di salire sul Terravision. Non ne capisco subito il perché, come appena svegliato da uno strano sogno.

Entro in stazione: c’è il mondo; e brulica come stesse impazzendo, scivoloso di pioggia e ispido di ombrelli. Gli occhi si alzano al tabellone degli orari dei treni. Mi succede ogni volta, involontariamente, da più settimane ormai. Napoli Centrale. Fiumicino Aeroporto. Genova Piazza Principe. Frascati. Ecco: 16:45. Non ho il coraggio di fare un altro passo. Mi basta per ricominciare a piangere, con le mani in testa, singhiozzando, come un bambino, come un vecchio vedovo nella solitudine della sua casa. La gente mi passa accanto frettolosamente, mi sfiora, decine di pie’ veloci sparati dritti in ogni direzione, disegnandomi intorno scie infinite. Sento il vuoto e l’inferno dentro. Non mi rimane altro pensiero se non quello di ciò che non ho più. È atroce e sublime vivere al passato; il passato è il regista e lo sceneggiatore di ogni tragedia umana. La commedia è lo sguardo del futuro.

E intanto Achille si dà le arie, affamato come un uomo alla catena. E lo scorpione striscia sulla vedetta guardando commiserevole le vittime del suo veleno.

Con l’aria calda il viso mi diventa vermiglio, mentre la pelle gela sotto i panni bagnati. C’è silenzio finalmente, a parte il rumore tiepido del treno che accelera. A Furio Camillo un mendicante si rifiuta di chiedermi l’elemosina: mi guarda per un attimo e va oltre.

Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell’amore.

~ di toninomorena su 1 novembre 2012.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: