L’Europa di Polichinelle

Due note, entrambe cattive: la prima è che, a forza di dar spazio alle “priorità” – tristi proprio come quelle “reti” di Mario Ruoppolo-Troisi – devo doverosamente scusarmi per aver lasciato incolto questo minuscolo spazio per oltre un anno e mezzo. La seconda, ahimé, è che non posso ancora tornare a dedicarmi al mio blog come vorrei e quindi spero proprio che non dovranno passare altri diciotto mesi prima di farmi risentire. Detto ciò, vorrei oggi proporvi non un articolo di medicina (e preparatevi a qualche novità anche da quel fronte!), ma una “lettera semiseria agli italiani” dello scrittore francese Alexandre Jardin, comparsa il 28 aprile sul Corriere della Sera e tradotta da Daniela Maggioni.

Oddio non ci crederete, ma nel leggerla mi sono sentito un pizzico fiero di essere italiano, nonostante tutto, nonostante sia partito da poche ore dall’ospedale Maggiore di Bologna il corteo delle “vedove della crisi” a cui credo tutta l’Italia debba esprimere sincero cordoglio, nonostante il nostro Paese sia ormai allo sbando totale, dilaniato dalla corruzione, dall’omertà e dall’indifferenza. Vi assicuro che a uno che si definisce anti-italiano non capita quasi mai di sentirsi orgoglioso del proprio (“per fortuna o purtroppo”) Paese. Orgoglioso non come per la nazionale di calcio o per “‘O sole mio” (al calcio sono proprio allergico e i motivi non c’è neanche ormai bisogno di elencarli), o come per altre illusioni sociali impregnate di una mediocrità dal gusto tra il barocco e il neomelodico, ma orgoglioso di prendere parte alla metamorfosi – perlomeno stando all’articolo di Jardin -, anche se apparente o (spero non) transitoria, di un Paese che prova a lasciarsi alle spalle la “commedia dell’arte”. Riporto fedelmente l’articolo, precisando che non è mia intenzione fare alcun discorso di colore politico (mi vien’ da ridere solo all’idea), ma semplicemente condividere con i lettori del mio blog (c’è qualcuno??) la tesi di Alexandre Jarden.

“Cari italiani saggi,vi scrivo da un Paese folle, la Francia, dove il reale è scomparso. Nel lasso di tempo di una campagna elettorale presidenziale, il dibattito politico francese si è svolto – a parte qualche rara eccezione – come se i nostri 1.700 miliardi di debito pubblico fossero evaporati, come se la crisi finanziaria che sconquassa l’Europa non riguardasse la Francia.

Da qualche mese, a Parigi, siamo esonerati dalla realtà! Mentre voi, poveri italiani, siete abbastanza grulli da accettare riforme reali, tagli di bilancio spiacevoli, decisioni coraggiose… Suvvia, risparmiatevi questi guai, smettete d’essere virtuosi e fate come noi! Praticate l’arte della schivata! Dimenticate l’idea stessa di una coalizione nazionale e preferite una coalizione del diniego!

Imitateci e tutto andrà bene: eleggete un clone transalpino di François Hollande! Un tipo che ha l’aria totalmente normale, ma che promette comunque, parlando sul serio, di assumere 60.000 insegnanti supplementari quando il deficit francese rasenta i 100 miliardi di euro… Una miseria, una mancia! Creativo, il geniale Hollande insiste assicurando che ristabilirà l’età di pensionamento a 60 anni per coloro che lo meritano. Seguono altre generosità dello stesso tipo. Bravo! Chi meglio di lui? Il Paese è sull’orlo di una crisi di sfiducia dei mercati?

Votate, vedremo più tardi! Mai a corto di battute, Hollande ha trovato una soluzione mirifica: tassare del 75 per cento la parte di reddito superiore a un milione di euro. Misura che, secondo i suoi stessi calcoli, non renderà… quasi nulla! In questo momento, la Francia è così fatta: vi si possono annunciare, con l’approvazione entusiasta del popolo, imposte senza rendimento mentre l’incendio sta lambendo il bilancio della nazione! L’utilità di tale misura? Ristabilire la decenza. Viva la morale! Che tale misura possa avere solo effetti negativi sull’attività, e quindi sull’impiego – facendo fuggire investitori e imprenditori – importa assai poco. Quel che occorre è vietare ufficialmente il successo per eccitare la passione ugualitaria. E lasciare il mondo intero correre verso la crescita senza compromettere il nostro nobile Paese nella sordida manovra che consisterebbe nell’arricchirsi. L’essenziale, vi dicono, è la morale!

Quel che occorre ormai in Francia è il coito nell’estasi simbolica. Cercando capri espiatori (gli orrendi banchieri, gli abominevoli ricchi, gli arabi, i sindacati, i padroni-mascalzoni, la lista è infinita). E soprattutto parlare agli elettori come se la crisi dei debiti sovrani non esistesse più. Come se fossimo tornati al 1981. Come se non dovessimo comunque pagare il conto di trent’anni di incuria. La realtà non ha più importanza per i cervelli francesi, ormai campioni del mondo nella scappatoia. Forza, cari italiani, fate come noi! Scatenate nei vostri media un’ondata di entusiasmo per un Jean-Luc Mélanchon che parli italiano. Cercatevi un tribuno beffardo e demagogo che, gratuitamente, vi ricordi il comunismo passionale degli anni Cinquanta! Correte verso l’avvenire, prendete l’autostrada, premendo l’acceleratore a tavoletta, ma… a controsenso. Mimate la rivoluzione proletaria! È una goduria! Vi riporterà alla vostra piacevole giovinezza al prezzo di una scheda elettorale. Visto che vi dicono che il reale non esiste più. Basta deciderlo. Oppure, se volete farvi ancora più piacere, votate per una Marine Le Pen lombarda o veneta, una matta che sia convinta che ogni Paese europeo possa ormai cavarsela da solo! È evidente, no? Perché annoiarsi a costruire una Unione? Cercate di scoprire un’altra Le Pen, tanto per vedere, e votate in massa per una svitata dello stesso stampo: sentirete brividi come davanti a un videogioco! I giovani francesi adorano questo! Perché privare i giovani italiani di simile godimento?

Resta la soluzione – abbastanza eccitante, bisogna dirlo – di trovarvi un Sarkozy italofono per dargli addosso. Il che consente di sfogarsi, di vivere momenti piacevoli a basso costo. Ma allora intimiditelo, stroncatelo se decidesse di mostrarsi troppo lucido o, meglio, coraggioso. In tal caso, fate come noi: aizzate i media per squalificarlo! E soprattutto fategli sapere con tutti i mezzi (sondaggi e così via) che non volete sentir parlare di crisi, del rischio di retrocessione sociale e di tutto quello che potrebbe rovinare l’atmosfera. Affinché non vada a dire la verità crepuscolare, l’orribile verità: la stravaganza del nostro deficit di bilancio che rappresenta quasi due volte il bilancio dell’Educazione nazionale! Se il Sarkozy che voi avrete scovato è prudente, come quello che si agita a Parigi, avrà il buon gusto di non indicare troppo chiaramente i tagli di bilancio che prevede. Vi parlerà di una riforma della patente, di cose di scarsa importanza. Ricordategli innanzitutto la legge di ferro dei popoli frivoli: guai a chi dice la verità per primo! Ahimè, cari italiani, non riuscirete mai a imitarci. Siete ormai troppo seri! La Commedia dell’Arte è diventata francese. Il vostro Monti vi ha dato alla testa. Siete quasi berlinesi. Ma sbloccatevi, diamine! Venite a delirare con noi a Parigi! Fino al 6 maggio, data dell’elezione presidenziale. Il mattino del 7 maggio sarà meno divertente.”

“That’s all, folks”, titolava l’Economist nello scorso novembre, con in copertina il nostro ex Presidente del Consiglio che si aggiusta la cravatta tra “Les Romains de la Décadence” di Thomas Couture. Beh, io non credo che quella fantastica opera esposta al Museé d’Orsay di Parigi abbia smesso di rappresentarci, l’identità di un Paese non cambia da un momento all’altro e la cronaca quotidiana lo dimostra francamente. Eppure in questo articolo c’è un seme di verità: qualcuno sta provando a governare con onestà politica e intellettuale, sta provando a lasciarsi alle spalle decenni di mistificazioni, di menzogne e di illusioni profuse con troppa leggerezza, dando al Paese un’immagine dimenticata di civiltà. Adesso però tocca a noi raccogliere il testimone, tocca a noi giovani continuare su questa strada e magari su una strada fatta di idee nuove, e far sì che i sudici commedianti dalle mani sudate spariscano per sempre dalla scena. C’è da fare l’Italia, c’è da sudare in bilico tra un’utopia che sfuma e un realismo che incombe, c’è da lottare contro chi non vuole che le cose cambino, ma bisogna farlo e presto, e, da triste disilluso quale sono, permettetemi di consolarmi pensando che anche se vinceranno loro ancora una volta, almeno non riusciranno a considerarci loro complici.

~ di toninomorena su 4 maggio 2012.

2 Risposte to “L’Europa di Polichinelle”

  1. Ho paura che la “Commedia dell’Arte” possa tornare di diritto laddove è nata con le elezioni del 2013! Perchè in Italia cambiano le coalizioni e i nomi dei partiti, ma ahimè le facce sono sempre le stesse!!! Io mi aspetto che al nostro Paese dopo il”mandato”di Monti rimanga ben poco di berlinese…forse il ricordo della vittoria ai mondiali del 2006? Beh, ma quel ricordo berlinese credo lo conservino ancora anche in Francia!😉

    E’ sempre bello leggerti, non farci attendere un altro anno e mezzo!

    • Cara Ale, la conclusione del mio pezzo, anche se in preda al lirismo, è in piena accordanza con la tua tesi. Da disilluso quale sono non credo in nessuna forma di “progresso sociale” sano e consapevole. Per di più l’attuale realtà mediatica italiana non fa altro che confondere le idee ai giovani con un giornalismo barocco, se non di corte, e con una satira sterile e da squallido cabaret. La leva alle coscienze in calce più che una speranza è un’utopia, un’oasi di vita “anarchicamente” civile che si materializza letterariamente e a cui non riesco a rinunciare per rimanere fedele allo spirito di questo blog, e più in generale, alle mie idee. Ma sono solo parole: “tristissimi” finali ad effetto come quelli dei compiti di italiano del liceo. Soltanto per provare a strappare un voto decente!😉

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