Ricercatori italiani scoprono una proteina coinvolta nella neurogenesi e nei tumori

 

“L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,

ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.

Onestà tedesca ovunque cercherai invano,

c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;

ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro diffida,

e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.”

(“Viaggio in Italia” – Johann Wolfgang von Goethe)

Lontano da discorsi nazionalistici e con la convinzione che le parole del poeta tedesco non costituiscano ormai motivo di sorpresa per un popolo che da secoli è inutilmente consapevole di essere una “nave sanza nocchiere in gran tempesta”, in certi casi risulta decisamente amaro constatare, o, più precisamente, aprire gli occhi su una triste quanto irritante mancanza di “ordine e disciplina”, di quell’“onesta tedesca” sintomo di maturità e di libertà intellettuale. Questo per parlare paradossalmente di una delle notizie più incoraggianti degli ultimi tempi: Antonio Iavarone e la moglie e collega Anna Lasorella, dalle pagine della prestigiosa rivista americana “Developmental Cell”, annunciano di aver scoperto un gene fondamentale per lo sviluppo di uno dei più maligni tumori al cervello, il glioblastoma multiforme.

Antonio Iavarone e Anna Lasorella

Antonio Iavarone e Anna Lasorella

“Adesso – spiega Iavarone – abbiamo trovato una proteina capace di distruggere alcune delle proteine-chiave utilizzate per ottenere le Ips (cellule staminali pluripotenti indotte) e di far ripartire quindi la trasformazione delle cellule staminali in cellule adulte”. La proteina si chiama Huwe1 e la sua scoperta potrebbe in futuro portare anche a nuove terapie contro i tumori cerebrali. “La molecola – spiegano i ricercatori – si è rivelata indispensabile per la corretta programmazione delle cellule staminali del cervello perché grazie ad essa si formano i neuroni durante lo sviluppo dell’embrione di topo. Ma abbiamo anche scoperto che la stessa proteina viene eliminata durante lo sviluppo del più maligno tumore del cervello che colpisce bambini e adulti, il glioblastoma multiforme”. Durante la formazione del cervello dell’embrione, spiegano i due ricercatori italiani nell’articolo che presenta la loro scoperta, “le cellule staminali che risiedono nel sistema nervoso si dividono ad una velocità molto alta prima di trasformarsi, dando origine alle cellule nervose mature, i neuroni. Perché questo processo avvenga in maniera corretta, le proteine che mantengono le cellule nello stato staminale ed immaturo devono essere eliminate”. Nel caso di tumori al cervello, invece, secondo la scoperta di Anna Lasorella, “nel topo, in assenza di Huwe1, le cellule staminali si moltiplicano in modo incontrollato per cui la formazione dei neuroni è compromessa e lo sviluppo del cervello procede in modo anomalo”. A questo punto, il dottor Iavarone ha ipotizzato che “l’attività di Huwe1 possa essere deficitaria nelle cellule dei tumori nel cervello dell’uomo”, ipotesi che ha trovato ampio riscontro. “La chiave è in quel gene, in quella proteina – dicono all’unisono -. Non sappiamo ancora come “somministrarla” alle cellule, ma è già partita la collaborazione con le industrie farmaceutiche. Nei topi abbiamo manipolato il Dna. Si toglie il gene, lo si rimette. Nel topo è possibile, ma nell’uomo no. Dobbiamo trovare il modo di “riorientare” le cellule staminali, riprogrammarle. Così potremmo arrivare a curare i tumori, e permettere la rigenerazione delle cellule neurali perse nel corso di malattie neurodegenerative”.

Mappa della distribuzione del gene Huwe1 nei tessuti umani

Mappa dell'espressione del gene Huwe1 nei tessuti umani

Antonio Iavarone è originario di Benevento, Anna Lasorella di Bari; si sono conosciuti al Policlinico Gemelli di Roma all’inizio degli anni ’90, lavorando al reparto di Oncologia pediatrica. Grazie alle loro ricerche avevano ottenuto un grande finanziamento da parte della Banca d’Italia, ma a un certo punto hanno deciso di trasferirsi in America, a New York, prima all’Albert Einstein College of Medicine, nel 2000, e poi al Columbia University Medical Center nel 2002”. Repubblica si era già occupata con molta attenzione della loro vicenda, raccontata in un articolo del 5 ottobre 2000: “Il primario di oncologia, il professor Renato Mastrangelo, ha cominciato a renderci la vita impossibile – raccontava Iavarone – Ci imponeva di inserire il nome del figlio nelle nostre pubblicazioni scientifiche. Ci impediva di scegliere i collaboratori. Non lasciava spazio alla nostra autonomia di ricerca. Per alcuni anni abbiamo piegato la testa. Poi, un giorno, all’inizio del ‘99, abbiamo denunciato tutto”. E a quel punto, anche sulla scia di una denuncia per diffamazione effettuata dal professor Mastrangelo (“Abbiamo vinto la causa”, dice Iavarone) ai due coniugi ricercatori non è rimasta che la via del volontario esilio. Che si è rivelata molto proficua, dal momento che lavorare negli Stati Uniti ha permesso loro di sviluppare nel migliore dei modi le loro intuizioni, dando una speranza a chi contrae questa terribile malattia. Commenta oggi Iavarone: “Adesso non ho voglia di riprendere quella storia, ma a dieci anni di distanza le mie considerazioni sono sempre amare: tutto nel sistema universitario italiano sembra fermo a undici anni fa. Persiste un sostanziale disinteresse nei confronti della scienza. Nel campionato del mondo degli scienziati adesso è entrata anche Singapore, ma l’Italia ne resta fuori. Non è competitiva. Uno dei motivi per cui, dopo le nostre proteste, in Italia non si fece nulla è perché il sistema è generalizzato. Negli Usa, se c’è uno scandalo si allontana chi non s’è comportato correttamente. E, d’altro canto, i vari governi che si sono succeduti in questi anni non hanno mai pensato di modificare il sistema della ricerca. Altri Paesi, come la Spagna, hanno costruito nuovi centri, non collegati al sistema universitario, dove lavorano ricercatori stranieri di prestigio internazionale. Si imiti la Spagna e rientreremo”. É uno dei sogni di Antonio e Anna: sviluppare in Italia una rete di ricerca competitiva che attragga cervelli. Loro hanno in équipe anche tre ricercatori italiani, età media 32 anni. “Hanno borse di ricerca finanziate dal ministero del Welfare e dalla Provincia di Benevento. Sono stati selezionati in base al merito. Uno è del Nord, uno del Centro, uno del Sud, impegnati insieme ad altri giovani di tutto il mondo. Gli altri, però, se poi rientrano nei loro Paesi possono lavorare come qui”.

 

Fonti:

www.corriere.it

www.repubblica.it

www.wikipedia.org

www.ilmattino.it

~ di toninomorena su 18 agosto 2009.

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