Sei un’idiota

•12 novembre 2016 • Lascia un commento

“Non credere di scappare, amico mio. Ora tocca a te.

Chi sei tu, veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio?

Oh, no.

Anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il sole azzurro senza Sancho Panza.

Sei abbastanza intelligente, di certo più del nostro comune amico.

Ma in te c’è il segno dell’antica malattia.

Tu credi che ci sia qualcosa qui, che va trovato.

Nel mondo reale scopriresti subito la verità.

Anche tu sei votato al fallimento.

Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos’è andato storto.

Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere.

[…]

Non riusciresti ad affrontarli, a combatterli: perché sei troppo debole, e troppo forte insieme.

E non hai un posto al mondo dove andare.”

John Williams

Stoner

When all the things you are

•25 settembre 2016 • Lascia un commento

“L’amore non può nascere che dall’oscuro desiderio che è in noi stessi di ripetere le sconfitte infantili. L’amore comincia quando ci accorgiamo di aver sbagliato ancora una volta.”

“Tuttavia Roma è la mia città. Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l’enorme garage del ceto medio d’Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un’estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi.”

“Voglio aggiungere che bisogna essergli [a Federico Fellini] grati di averci dato, con La dolce vita, una lezione di fede e di coerenza artistica. La morale del film è in fondo questa. E potrebbe essere riassunta con due versi di Cardarelli:

La speranza è nell’opera,

io sono un cinico che ha fede in quel che fa.”

Ennio Flaiano

c41422ca-278f-4a2c-b37e-17b2263e1587

Itaca

•22 agosto 2016 • Lascia un commento

Se ti metti in viaggio per Itaca

augurati che sia lunga la via,

piena di conoscenze e d’avventure.

Non temere Lestrigoni e Ciclopi

o Posidone incollerito:

nulla di questo troverai per via

se tieni alto il pensiero, se un’emozione

eletta ti tocca l’anima e il corpo.

Non incontrerai Lestrigoni e Ciclopi,

e neppure il feroce Posidone,

se non li porti dentro, in cuore,

se non è il cuore a alzarteli davanti.

Augurati che sia lunga la via.

Che siano molte le mattine estive

in cui felice e con soddisfazione

entri in porti mai visti prima;

fa’ scalo negli empori dei Fenici

e acquista belle mercanzie,

coralli e madreperle, ebani e ambre,

e ogni sorta d’aromi voluttuosi,

quanti più aromi voluttuosi puoi;

e va’ in molte città d’Egitto,

a imparare, imparare dai sapienti.

Tienila sempre in mente, Itaca.

La tua meta è approdare là.

Ma non far fretta al tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni;

e che ormai vecchio attracchi all’isola,

ricco di ciò che guadagnasti per la via,

senza aspettarti da Itaca ricchezze.

Itaca ti ha donato il bel viaggio.

Non saresti partito senza lei.

Nulla di più ha da darti.

E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.

Sei diventato così esperto e saggio,

e avrai capito che vuol dire Itaca.

Costantino Kavafis,

Poesie 1905-1915

‘E quatto ‘a notte miezzo ‘o pane

•28 luglio 2016 • Lascia un commento

“[…] se sono nell’ardire

di attendere dinanzi a quel teatrino, no,

di puntarvi lo sguardo tanto appieno che per compenso

alfine al mio guardare deve accorrere un angelo,

far da burattinaio e sollevare in alto i manichini.

Angelo e marionetta: ora sì ch’è uno spettacolo.

Allora converge quanto separiamo sempre in due,

nel momento in cui siamo.

Allora dalle nostre stagioni il ciclo sorge della mutazione intera.

Sopra di noi gioca l’angelo.”

R. M. Rilke, Elegie Duinesi, IV

Acculturazione e acculturazione

•29 gennaio 2016 • Lascia un commento

184aMolti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro “cattivo” nelle periferie “buone” (viste come dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali – appunto fino a pochi anni fa – era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.
Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari – umiliati – cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno sùbito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” – che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale – diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.
La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.
Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre…

Pier Paolo Pasolini

Scritti corsari, 1973

Perché siamo venuti qui

•20 dicembre 2015 • Lascia un commento

Il meglio di me stesso, quel poco di luce che mi allontana da tutto, lo devo ai miei rari incontri con certe canaglie piene di amarezze, con certe canaglie sconsolate che, vittime del rigore del loro cinismo, non potevano più dedicarsi a nessun vizio.

Emil Cioran

Lindbergh

•14 giugno 2015 • 1 commento

In questo clima restano attivi soltanto i più elementari e sordidi appetiti e si fanno strada nel mare d’imbecillità che ci sta invadendo senza rimedio.

Ma se mi soffermo a considerare più attentamente queste ricorrenti cadute, questi mancati appuntamenti che continuo a dare al destino con la stessa ripetuta goffagine, mi rendo conto che, al mio fianco, è andata scorrendo un’altra vita. Una vita che è trascorsa al mio fianco senza che io lo sapessi. È lì, continua ad essere lì: è la somma di tutti i momenti in cui ho rifiutato quella svolta del cammino, in cui ho eliminato quell’altra possibile via d’uscita, e così si è andata formando la cieca corrente di un altro destino che avrebbe potuto essere il mio e che, in un certo modo, continua ad esserlo laggiù, su quell’altra sponda su cui non sono mai stato e che corre parallela al mio itinerario quotidiano. Mi è estranea e, ciononostante, attira a sé tutti i sogni, le fantasie, i progetti, le decisioni che fanno parte di me quanto questa inquietudine presente e che avrebbero potuto dare forma alla materia di una storia che ora trascorre nel limbo del contingente. Una storia uguale forse a questa che mi riguarda, ma ricca di tutto ciò che qui non è stato, ma che là continua ad essere, prendendo forma, scorrendo al mio fianco come un sangue spettrale che mi nomina, e, allo stesso tempo, non sa nulla di me. Voglio dire, una storia uguale, in quanto io ne sarei sempre stato il protagonista e l’avrei colorata della mia solita e ottusa inquietudine, ma completamente diversa nei suoi episodi e nei suoi personaggi. Penso anche che allo scoccare dell’ultima ora sarà quell’altra vita a scorrere davanti agli occhi con il dolore di qualcosa che si è perso e sprecato del tutto e non questa, quella reale e compiuta, la cui materia non credo meriti questo sguardo, quest’ultimo esame conciliatorio, perché non ne vale la pena, né voglio che sia questa la visione che consolerà il mio ultimo istante. O il primo? Questa è una domanda su cui meditare in un’altra occasione.

8 1-2

L’enorme e scura farfalla che colpisce con le sue ali vellutate lo schermo di vetro della lampada comincia a paralizzare la mia attenzione e a mantenermi in uno stato di panico improvviso, insopportabile, eccessivo. Spero, inzuppato di sudore, che desista dal suo volteggiare attorno alla luce e che fugga verso la notte da dove è venuta e alla quale così profondamente appartiene.

Alvaro Mutis, “La neve dell’ammiraglio”